FRANCESCO BARBERINI E LE ANTICHITA’ PRENESTINE

FRANCESCO BARBERINI E LE ANTICHITA’ PRENESTINE

10 Dicembre 2019 0 Di angelo

Ricorre oggi, 10 dicembre, il 340° anniversario della morte (1679) di Francesco Barberini.

Nacque a Firenze nel 1597 da Carlo Barberini e Costanza Magalotti; laureatosi in giurisprudenza nel 1623 all’Università di Pisa, nello stesso anno fu nominato cardinale dallo zio, papa Urbano VIII, e Prefetto della Segnatura Apostolica; fu governatore di Tivoli fino al 1632 e di Fermo fino al 1644.

Nel 1627 fu nominato bibliotecario della Vaticana, alla quale era annesso anche l’Archivio segreto pontificio, incarico che ricoprì fino al 1636 quando lo cedette allo zio cardinale Antonio.

Quando il feudo di Palestrina fu acquistato dalla sua famiglia, nel 1630, Francesco, grande collezionista di opere d’arte, si appassionò alla storia ed alle antichità dell’antica Praeneste. Per celebrare l’acquisto, commissionò a Giuseppe Maria Suarez, bibliotecario dei Barberini, di scrivere una storia di Preneste. La stesura dell’opera fu molto travagliata e occupò un arco di circa quindici anni perché Suarez che aveva cominciato a raccogliere materiali e documentazione, nel 1633 fu nominato vescovo di Voison in Francia. Il cardinale gli inviava nuovi documenti in Francia e Suarez gli mandava, a mano a mano che scriveva il libro i quinterni che venivano corretti e restituiti.

Il libro, intitolato Praenestes antiquae libri duo,  vide la luce nel 1655, stampato a Roma per i tipi di Angelo Bernabò e degli eredi di Mannello Mannelli; di esso ci restano due manoscritti (Barb. Lat. 3022, in cui il primo libro è di mano ignota e il secondo autografo del Suarez; Barb. Lat. 3023 datato Voison 1642).

Il valore storiografico dell’opera è notevole, non solo per essere stato il primo libro scritto sulla storia di Palestrina, ma anche per le innumerevoli notizie e documenti reperiti e, soprattutto, per la presentazione del primo grande gruppo di iscrizioni prenestine, fino ad allora pubblicate sporadicamente.

Ma l’opera meritoria di Francesco Barberini fu soprattutto quella di aver recuperato quasi interamente il mosaico nilotico che era stato fatto a pezzi e “spicconato” per opera del cardinale Andrea Peretti, e portato a Roma. Vi riuscì nel 1635 grazie allo zio, il cardinale Lorenzo Magalotti, al quale la gran parte dei pezzi del mosaico erano stati donati dagli eredi del Peretti. Francesco recuperò tutti i pezzi tranne uno – quello del banchetto sotto un pergolato – che lo zio aveva donato al Granduca di Toscana.

Alcuni anni dopo, nel 1640, il Barberini ordinò che tutti i pezzi fossero riportati a Palestrina per poterli riunire a quei pochi rimasti sul posto. Il viaggio, però, non fu fortunato perché le casse furono caricate malamente e le tessere del mosaico si sconnessero. Fu necessario allora un intervento di restauro che il cardinale affidò a Giovambattista Calandra, il più celebre mosaicista dell’epoca. Egli, grazie ai disegni commissionati da Dal Pozzo, riuscì a ricomporre il mosaico, e far ricostruire ex novo la scena del banchetto sotto il pergolato. Il restauro durò fino al 1647 ed il mosaico fu collocato nella nicchia che Taddeo, principe di Palestrina, aveva fatto sistemare appositamente nel palazzo baronale per ospitarvelo.

Il mosaico, smontato di nuovo negli anni della seconda guerra mondiale per salvarlo dai bombardamenti aerei, fu rimontato nel nuovo Museo Archeologico Nazionale, inaugurato nel 1956 dal presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, ma questa è un’altra storia.

Angelo Pinci