LA CITTÀ DEL PRINCIPE: MECENATISMO E POLITICHE DI ASSISTENZA DEI BARBERINI A PALESTRINA. UN SAGGIO DI ENEO BRANELLI.
È stato recentemente pubblicato in una rivista scientifica spagnola (Philostrato. Revista de Hostoria y Arte, n. 18, 2025, 5-28) un articolo di Eneo Branelli, dal titolo La città del principe: mecenatismo e politiche di assistenza dei Barberini a Palestrina. Branelli è uno studioso che sta facendo una tesi di dottorato per l’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia e l’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa di Napoli e, dopo innumerevoli ricerche presso l’Archivio Storico Diocesano di Palestrina, sta attualmente compiendo i suoi studi presso l’Universidad Rey Jaun Carlos de Madrid.
Nel saggio in questione, Branelli analizza l’acquisizione del feudo di Palestrina da parte dei Barberini nel 1630 con la vendita da parte di Francesco Colonna. L’evento sancì l’ascesa di una famiglia toscana i cui membri, da abili mercanti , avevano raggiunto l’apice della gerarchia ecclesiastica con l’avvento al soglio pontificio di Urbano VIII e che consolidarono subito il loro nuovo status integrandosi immediatamente nel sistema aristocratico romano. Dopo l’ottenimento del pontificato, la famiglia consolidava l’ascesa con l’acquisizione di un palazzo di famiglia a Roma (il grandioso palazzo alle quattro Fontane), e tenute nell’Agro romano (Monterotondo dagli Orsini (1624), che permettessero anche l’elevazione del titolo familiare (acquisizione del feudo di Palestrina, 1630), con una cappella di famiglia o una chiesa e, soprattutto, con il matrimonio di un membro dell’antica nobiltà. È in questo quadro che si inserisce il matrimonio tra Taddeo Barberini e Anna Colonna, figlia di Filippo gran connestabile del regno di Napoli. I Barberini assurgevano per matrimonio alla nobiltà, visto che i Colonna avevano il titolo di Principe di Palestrina, e i Colonna si imparentavano con la famiglia del pontefice ricevendo onori e cariche, come la porpora a Girolamo Colonna (1628), fratello di Anna.
A Palestrina i Barberini intrapresero subito iniziative per sostituirsi ai precedenti proprietari, sia nell’aspetto artistico sia nel governo della città attraverso misure assistenziali. Ingrandirono le strutture del palazzo baronale costruito sulle rovine del santuario della Fortuna Primigenia, rinnovarono le strade, con la costruzione di quella che dal centro della città portava direttamente al palazzo, costruirono la porta del Sole, una nuova porta monumentale che sostituiva la precedente porta di San Giacomo e collegava il contado con il centro della città; la porta, oltre a costituire l’entrata trionfale, recava, intagliato sulla sommità, lo stemma della famiglia, costituito dalle tre api. Costruirono, poi, presso quella porta il monastero di Santa Maria degli Angeli destinato alle monache clarisse, e la chiesa di S. Rosalia che divenne la cappella di famiglia. Per i Barberini lavorarono pittori come Carlo Maratti e scultori come Bernardino Cametti che eressero un vero e proprio mausoleo della famiglia: nella chiesa di S. Rosalia, infatti, sono sepolti Taddeo, suo fratello Antonio, il principe Maffeo e il cardinale Francesco juniore.
I Barberini miravano anche al controllo sociale della città e consolidarono la loro immagine attraverso erogazioni di grano del Monte frumentario, eretto nel 1632, che andò a sostituire quello eretto dalla Compagnia del Santissimo Crocefisso, operativo già dal 1400. Insomma, – conclude il suo saggio Branelli – “l’acquisto del feudo prenestino permise ai Barberini di esercitare un controllo capillare sul territorio e sulla popolazione, rispondendo alla logica della feudalità in età moderna, intesa come complesso sistema agrario, economico, istituzionale, politico e culturale, che il caso di Palestrina ben esemplifica… In definitiva, l’esperienza dei Barberini a Palestrina rappresenta un modello emblematico di come una famiglia di recente nobiltà riuscì, attraverso una combinazione sapiente di investimenti patrimoniali, mecenatismo artistico-architettonico e controllo sociale, a trasformare un’antica roccaforte baronale in un vessillo della propria potenza, lasciando un’impronta indelebile sul territorio e nella storia della nobiltà romana”.
Nelle foto: 1) Giovan Battista Cingolani, Pianta della Città di Palestrina, 1675.
2) Ottavio Leoni, Il Card. Francesco Barberini, 1624.
3) Veduta di Palestrina, affresco di Palazzo Barberini in Roma, 1700 c.


