VIAGGIO DI GIROLAMO ORTI A PALESTRINA NEL 1830

VIAGGIO DI GIROLAMO ORTI A PALESTRINA NEL 1830

26 Gennaio 2026 0 Di angelo

Oggi voglio riportare interamente il resoconto di un viaggio fatto intorno al 1830 da Girolamo Orti, uno scrittore e nobile veneto, in cui visitò la nostra Città.

Orti (Verona 1769-1845) ha scritto e pubblicato diversi poemi in versi sciolti e tragedie, ed anche numerose relazioni riguardanti i molti viaggi che fece in Europa ed in Italia sull’onda del Grand Tour. Nei dintorni della sua città natale, Verona, promosse numerosi scavi archeologici e catalogò numerosi reperti ed iscrizioni con la collaborazione del mantovano Giuseppe Rossetti che li disegnò. Nel 1834 pubblicò a Verona, per la Tipografia De Giorgi, il libro Raccolta accresciuta di viaggi, in cui riunì tutti i viaggi pubblicati negli anni precedenti e cioè Itinerario scientifico di varie parti d’Europa (1798), Lettere di un recente viaggio in Francia, Inghilterra, Scozia, Olanda ed una parte della Germania (1819) e Viaggio alle due Sicilie (1825).La parte che presentiamo è tratta da quest’ultimo viaggio ed è riportata nella IV parte del Tomo II, Articolo II, quando racconta il ritorno dalle Sicilie a Verona, passando per Roma e per la Toscana.

Il testo è riportato integralmente, senza alcuna variazione, quindi con parole e verbi che potrebbero sembrare errati ma che sono solo andate fuori uso. La cosa che ha colpito il nostro viaggiatore è stata la miseria della gente, che ha notato soprattutto nella parte alta della città, le donne  che vestivano gonne più abbondanti e goffe di quelle usate dalle donne venete, poi i resti del tempio della Fortuna, i ruderi, i rocchi di colonne, i capitelli che abbondavano soprattutto nella piazze centrale, le mura ciclopiche “credute dai giganti costruite” e, infine, è rimasto colpito nei pressi della città da quello che era allora conosciuto come il tempio del Sole. In allegato a questo articolo allego un’incisione delle mura poligonali tratta dal libro Vues et descriptions des constructions cyclopéennes et pelasgiques, pubblicato nello stesso anno di Orti da Edward Dodwell, un archeologo inglese, che nelle sue escursioni nelle città laziali si faceva accompagnare dal pittore romano Simone Pomardi, molto probabilmente l’autore dell’incisione.

“Mi soffermai ancor qualche giorno in questa gran capitale per alcune piccole gite. Condussi primieramente il mio antiquario a Palestrina, o Preneste venti tre miglia da Roma. Essa è una delle città più rilevanti per la storia non meno, che per l’archeologia. Passati i famosi acquedotti in Via Labicana, e veduto il magnifico cimitero di s. Castolo, giungemmo (dopo dieci miglia) agli avanzi dell’antica basilica di s. Marcellino, e Pietro, detta Tor Pignatara, forse per gli oreficj di cotto, lavorati a foggia di pignatte: indi al mausoleo di s. Elena. Da alcune singolari iscrizioni ritrovate unitamente ad un cavallo in basso rilievo presso Tor Pignatara (ov’era anche l’urna di porfido di s. Elena, ora in Vaticano) si conghietturò, che probabilmente fossero le sepolture della milizia equestre, specie di guardia straniera appartenente agli imperatori. Fino a circa otto miglia da Palestrina non trovansi, che sterili solitudini con qualche casuccia appena, e vie polverose ed aride, ma rinfrescate talvolta da dolci fiati anche nella più fervida state. Indi si entra in una vetusta strada, lastricata di grandi pietre vulcaniche, dette comunemente selce nera, e di forme irregolari. Nulla di singolare nella villa, detta Tore Nova. Visitammo a manca anche antico e paludoso lago Gabino, detto altresì Pantano Burano, ora assai piccolo, e Castiglione, presso cui era l’antica Gabi, che tanto di sue preziose reliquie un giorno arricchì il museo Borghese. Quinci a dritta è la Colonna, paese su d’una collina, presso cui il lago Regillo Palestrina direbbesi in parte ancor serbare l’aspetto della sua venerabile vetustà. La gioventù d’ambo i sessi, fuori ciò, che le toglie un’estrema miseria, dominante specialmente nell’alta parte della città, mostra una vispa, gustevole fisonomia: le femmine vestonvi gonne più rilevate, e goffe di quelle, che usano le nostre venete contadine.

In nessun altro luogo del mondo certo non esistette un tempio pari in ampiezza a quello della Fortuna in Preneste, se ad esso, quali ci s’indicarono, i ruderi appartennero, che in gran parte ingombrano la moderna città. Fusti di granito, archi di peperino o tufo, architravi, fregi, e capitelli di pietra bianca abbondano negli inferiori, e superiori contorni del Seminario, e sulla facciata di lui. Nel suo cortile poi, e nelle sue cantine appajono ancora varj bianchi musaici, e una parte probabilmente del Santuario degli Oracoli, mentre il muro è con regolarità forato, e fornito di nicchie e di rilievi che sembrano relativi a quell’uso. Vi scorgemmo però qualche posteriore ristaurazione. Fu in questo tempio, fra gli altri molti, il primo musaico, che si eseguì nel Lazio; e già più d’un frammento noi ne avevamo veduto nel museo Vaticano, e nel palazzo Barberini. Salimmo di buon mattino alle mura dette Ciclopiche, o meglio Etrusche, passando per l’eremitica ed amena situazione de’ Cappuccini. Esse saranno mai sempre per lavoro e antichità importantissime. Esprimere non saprei con quale estasi il mio antiquario le vagheggiasse: sopra vi si erpicava francamente, quantunque ancora lubriche per la rugiada, e ne prendeva e notava le misure, ed in ispecie quelle de’ singolari loro angoli. Queste opere però sì mirabili, opere pur credute dai Giganti costrutte, infrangibili, ed eterne, già cominciano a infrangersi, e a cadere: nè lor più giova oggimai il sì esatto alterno combaciamento dei tanti irregolari angoli delle smisurate lor pietre: combaciamento, il quale si crede, esigesse per compiersi maggior tempo e fatica, di quello, che il lavoro stesso di scolpirle. Scendemmo poscia ad alcune altre mura formate non di pietra bianca e calcaria, come le suddette, ma di riquadrati tufi, lavoro degli antichi romani: la forma loro maestosa certamente si addice al tempio della Fortuna ma pur troppo si cambiarono al solito in casucce, e fenili. Entrammo finalmente più basso in un elegante edificio fatto di mattoni situato entro a un vigneto. N’esistono le singolari fondamenta, le arcuazioni, le nicchie, e alcuni sparsi lavorati graniti. Si qualifica pel tempio del Sole: certo, che in ogni modo esso nella struttura, e nel gusto differisce da quello della Fortuna. Ben a ragione poi parecchj antichi di Roma stabilirono le loro ville sulle vistose, e salubri colline, che fanno quasi corona a cotesta un tempo sì pomposa città.